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La selva oscura | Dante Alighieri (Inferno, canto I)

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La selva oscura | Dante Alighieri (Inferno, canto I)

Messaggio Da Poderak il Lun Dic 19, 2011 6:38 pm


La selva oscura | Dante Alighieri
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l'acqua perigliosa e guata,

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

Temp'era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.

Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
« Miserere di me », gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi:«Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.

Nacqui sub Iulio , ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilión fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos'io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio:

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.

Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».

E io a lui:«Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov'or dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Quando fui a metà della mia vita,
dopo aver perduto la retta via,
mi ritrovai in una selva oscura.
Mi è molto difficile descriverla,
poiché era selvaggia e tenebrosa
da far tremare al solo pensarci.

Procurava dolore non meno della morte,
ma vi racconterò del bene che vi trovai
parlandovi delle altre cose viste.

Non so dire esattamente come vi entrai,
perché quando persi l'orientamento
ero come stordito, allucinato.

So solo che alla fine di quella valle,
che m'aveva così tanto angosciato,
ero giunto ai piedi d'un colle.

Alzai lo sguardo e vidi
che la parte alta era illuminata
da benefici raggi solari.

Allora la paura che m'aveva
angosciato tutta notte
si affievolì un po'.

Come un naufrago che dopo
aver raggiunto a fatica la riva
si gira a guardare le onde impetuose,

così l'animo mio, ancora sconvolto,
si volse a rimirar quella selva,
che fu tomba per chi v'indugiò.

Dopo essermi un po' riposato
iniziai a salire quel colle deserto,
lentamente, passo dopo passo.

Ma prima che iniziassi la ripida salita
mi si mise davanti un agile felino
dal manto maculato,

e non voleva andarsene,
anzi m'impediva di proseguire,
tanto che pensai di tornare indietro.

Vidi però che s'era fatto mattino
e il sole s'alzava con quelle stelle
ch'erano con lui quando l'amore divino

generò tutte le cose belle;
sicché cominciai a sperare
che quella fiera se ne sarebbe andata

al sopraggiungere della primavera,
ma fu per poco, poiché la paura
mi riprese alla vista d'un leone.

A testa alta e con rabbiosa fame
sembrava venisse verso di me
incutendo terrore persino all'aria.

Quando poi vidi una lupa,
carica di ogni brama nella sua magrezza
e che già rese dolenti molti popoli,

ne rimasi così sconvolto
che persi definitivamente la speranza
di raggiungere la cima.

E come chi, dopo aver speso tanto,
finisce col perdere tutto,
crogiolandosi nella propria tristezza,

tale mi rese la lupa irrequieta,
che, venendomi incontro lentamente,
mi ricacciava nella selva oscura.

Mentre correvo verso la valle
mi comparve uno la cui voce,
per il lungo silenzio, sembrava fioca.

Quanto lo vidi in quella solitudine
gridai a lui: "Abbi pietà di me,
chiunque tu sia, uomo o ombra!".

"Non sono uomo - mi disse - ma lo fui:
i parenti miei furon lombardi,
entrambi di patria mantovana.

Nacqui in epoca cesarea,
ma vissi a Roma sotto il buon Augusto
al tempo degli dèi falsi e bugiardi.

Fui poeta e cantai le gesta
del giusto figlio d'Anchise,
partito da Troia dopo l'incendio.

Ma tu perché ritorni nella selva?
Perché non sali questo bel monte,
motivo di ogni gioia?".

Io gli risposi mestamente:
"Dunque tu sei Virgilio,
fonte d'ogni fiume d'eloquenza?

Oh vanto e luce d'ogni poeta,
apprezza di me il lungo studio
e il grande amore che ti volli.

Tu sei mio maestro e autore preferito:
lo stile poetico che m'ha dato fama
l'ho appreso solo da te.

Son tornato indietro
perché questa bestia mi fa tremare:
tu che sei saggio, aiutami".

E quello, vedendomi lacrimare, disse:
"Ti conviene fare un altro percorso,
se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio,

perché questa lupa, di cui la lamenti,
per quella via non lascia passare nessuno,
anzi alla fine uccide tutti,

anche perché è così malbagia,
che non è mai sazia
e dopo aver mangiato ha più fame di prima.

Molti sono gli animali che la seguono
e ancor più diventeranno, fino a quando
non verrà un veltro a farla morire di dolore.

Costui non avrà né terra né denaro
ma sapienza, amore e virtù
e sarà di origini umili.

Lui salverà quella povera Italia
per la quale morirono in battaglia
la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso.

Lui la caccerà da ogni città
fino a ricondurla in quell'inferno
da cui l'invidia la fece uscire.

Perciò sarà meglio per te
che tu mi segua: ti farò da guida
attraverso i regni oltremondani,

ove udrai grida disperate,
dannati che da sempre chiedono
l'annientamento di sé,

e vedrai anche quelli che nel fuoco
son contenti, perché sanno
che prima o poi andranno tra i beati.

Se poi tu vorrai vedere quest'ultimi,
un'anima più degna di me ti accompagnerà
e a lei ti lascerò quando me ne andrò.

Questo perché il sovrano che lassù regna
non vuole che un pagano come me
frequenti la sua città.

Lui regge e governa l'intero universo,
qui è la sua dimora e il suo potere:
beati quelli che gli sono eletti!".

E io a lui: "Poeta, ti supplico
per quel Dio che tu non conoscesti,
di aiutarmi a superare questo e altri mali

e che tu mi conduca là dove hai detto,
sì ch'io possa vedere la porta di san Pietro
e coloro che tu dici esser tanto mesti".

Allora si mosse e io gli andai dietro.

____________________________________________________________________________
Parafrasi:
A meta' del cammino della nostra vita terrena mi ritrovai in una selva oscura poichè avevo smarrito la via diritta. Ahi quanto è doloroso dire qual era quella selva selvaggia, impervia ed insuperabile, che al solo ricordo la paura si rinnova. E' tanto amara che la morte lo è poco di più; ma per trattare del bene che vi ho trovato, dirò delle altre cose che vi ho visto. Io non so ben raccontare come vi entrai, tanto ero pieno di sonno in quel punto in cui abbandonai la via della verità. Ma dopo che giunsi ai piedi di un colle, là dove terminava quella valle che mi aveva riempito il cuore di paura, guardai verso l'alto e vidi la sua sommità rivestita già dei raggi del sole che guida (con la sua luce) gli altri uomini per la via diritta.
Allora si calmò un poco quella paura che mi era restata nell'interno del cuore la notte che io trascorsi con tanto affanno. E come colui che con il respiro affannoso, uscito fuori del mare, si volge all'acqua pericolosa e guarda intensamente, così il mio animo, che ancora fuggiva, si volse indietro a riguardare il passaggio che non lasciò giammai vivo nessun individuo. Dopo che ebbi riposato un poco il corpo stanco ripresi la via per il pendio deserto, in modo tale che il piede fermo era sempre il più basso. Ed ecco, quasi al cominciare della salita una lonza leggera e molto agile che era coperta di pelo maculato; e non si allontanava dalla mia vista, piuttosto impediva tanto il mio cammino che io fui più volte costretto ad indietreggiare.
Era passato del tempo dal principio del mattino ed il sole saliva in alto in congiunzione con quelle stelle che erano con lui quando l'Amore Divino impresse per la prima volta il movimento a quelle cose belle; sì che l'ora mattutina e la dolce stagione primaverile mi erano di buon auspicio per sperare di scampare da quella fiera dalla pelle variegata; ma non abbastanza per non farmi spaventare dalla vista di un leone che mi apparve. Questi sembrava che venisse contro di me, con la testa alta e con fame rabbiosa, in modo tale che sembrava che anche l'aria ne tremasse.
Ed una lupa, che nella sua magrezza sembrava carica di ogni desiderio, e aveva fatto vivere miseramente già molte genti, questa mi comunicò tanta angoscia con lo spavento che emanava dalla sua apparizione che io persi la speranza di raggiungere la vetta. E come colui che guadagna volentieri e giunge il tempo che lo fa perdere, che in ogni suo pensiero piange e si rattrista; lo stesso effetto provocò in me la bestia senza pace la quale, venendomi incontro, mi respingeva a poco a poco là dove il sole tace. Mentre io cadevo rovinosamente in basso, mi si offrì alla vista uno che, a causa del lungo silenzio, appariva fioco. Quando vidi costui nel vasto deserto gli gridai "Abbi pieta' di me, chiunque tu sia, un uomo reale o un'ombra!" Mi rispose: "Non sono un uomo reale, lo fui, ed i miei genitori furono lombardi, di patria mantovana entrambi. Nacqui sotto Giulio Cesare, sebbene alla fine del suo dominio, e vissi a Roma sotto il buon Augusto, al tempo del paganesimo. Fui poeta e cantai di quel giusto figliuolo di Anchise che venne da Troia dopo che la superba Ilione fu bruciata. Ma tu perchè ritorni a tanta noia? Perchè non sali il piacevole monte che è il principio e la causa di ogni gioia?" Allora sei tu quel Virgilio e quella fonte di saggezzache spandi un così largo fiume di parole?"Gli risposi con la fronte bassa "O onore e luce degli altri poetimi valga il lungo studio ed il grande amore che mi ha fatto cercare la tua opera. Tu solo sei il mio maestro ed il mio autore; tu solo sei colui dal quale io trassilo stile bello che mi ha fatto onore. Vedi la bestia a causa della quale sono volto indietro, aiutami da lei, famoso saggio, poichè essa mi fa tremare le vene e i polsi". "A te conviene percorrere un'altra strada", rispose dopo che mi vide piangere,"se vuoi scampare da questo luogo selvaggio: poichè questa bestia, a causa della quale tu gridi, non lascia passare nessun altro per la sua via, ma tanto lo impedisce che lo uccide; ed ha una natura così malvagia e colpevole, che non sazia mai la voglia bramosa, e dopo il pasto ha piu' fame di prima. Molti sono gli animali con cui si ammoglia, e saranno ancora di più finchè non verrà il Veltro, che la farà morire con dolore. Questi non desidererà potere nè ricchezze, ma sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà tra feltro e feltro. Egli sarà la salvezza di quella umile Italia per la quale morì la vergine Camilla e (morirono) di ferite Eurialo, Turno e Niso. Costui caccerà la lupa per ogni città, finchè l'avrà rimessa nell'inferno, da dove la tirerà fuori la prima invidia. Per cui io, per il tuo bene, penso e vedo con chiarezza, che tu mi segua, ed io sarò la tua guida e ti trarrò di qui attraverso un luogo eterno, dove udrai le grida disperate, vedrai gli antichi spiriti che soffrono, ciascuno dei quali invoca la seconda morte; e vedrai coloro che sono contenti nel fuoco perchè sperano di venire, quando sarò, alle genti beate. Se tu poi vorrai salire ad esse ci sarà per guidarti un'anima più degna di me, nell'andarmene ti lascerò con lei; poichè quell'imperatore che regna lassù non vuole che io vada nel suo dominio poichè fui estraneo alla sua legge. Egli impera in tutti i luoghi, e là regna; là è la sua città ed il suo trono: oh, felice colui che sceglie per quel luogo!"Ed io dissi a lui: "Poeta, io ti chiedo di nuovo, in nome di quel Dio che non hai conosciuto, che tu mi conduca là dove ora dicesti affinchè io fugga questo male e altri peggiori, in modo tale che io veda la porta di San Pietro e coloro che tu descrivi così infelici". Allora si mosse ed io lo seguii.

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